La psicoterapia in un caso di Fibromialgia

Di seguito viene riportata la storia di Stefania che ha 44 anni e soffre da dieci anni di Fibromialgia.
La fibromialgia è una malattia reumatica che colpisce i muscoli causando un aumento di tensione muscolare: tutti i muscoli (dal cuoio capelluto alla pianta dei piedi) sono in costante tensione.

Questo comporta numerosi disturbi:

- i muscoli tesi sono causa di dolore che in alcuni casi è localizzato, ma talora è diffuso dappertutto
- i muscoli tesi provocano rigidità e possono limitare i movimenti o dare una sensazione di gonfiore a livello delle articolazioni
- i muscoli tesi è come se lavorassero costantemente per cui sono sempre stanchi e si esauriscono con grande facilità
- i muscoli tesi non permettono di riposare in modo adeguato

In questa conversazione emergerà il lavoro della psicoterapeuta in un caso di fibromialgia: l’integrazione del Sè attraverso il processo di autoconsolazione.

Stefania viene da me inviatami da una conoscente.

Stefania dice: “sai, ho sempre male ai polpacci e le braccia mi si irrigidiscono fino a farmi male”…. “di notte poi, non dormo più di tre ore di fila…mi hanno dato il Rivotril….ma sto male, sto male.”

Stefania sta facendo anche percorsi di posturologia per la schiena, di agopuntura, piscina, massaggi. Tutto ciò che presumibilmente può alleviare il suo dolore. Il primario del reparto di Nefrologia, la invita a curarsi con un antidepressivo e a prendere la tachipirina in caso di dolore forte. Ma Stefania non migliora.

Di Stefania la prima cosa che mi colpì fu il suo modo di esprimere come stava; ai saluti di benvenuto le chiedo come sta e lei mi risponde “BENE!” con un tono di voce alto, sorridendo con la bocca, ma con gli occhi che stranamente non seguivano la mimica autentica di chi sorride; Stefania sorrideva e sembrava gridare al mondo quanto stava bene, ma aveva gli occhi tristi.

Chiedo a Stefania:
- “cosa vorresti per te?....di cosa avresti bisogno in questo momento per farti sentire un po’ meglio?”
Sgranando gli occhi con aria imbarazzata e sconfortata mi risponde:

- “non lo so”…..
Io: “Come stai oggi Stefania?”
Stefania: “oggi mi sento come se avessi una noce in gola che non va né su e né giù…faccio persino fatica a deglutire…, poi mi fanno male le braccia, me le sento intorpidite, faccio fatica a sollevarle…”
Stefania: “ ho come la fantasia che tu sia spaventata da qualcosa…”
Stefania: “eh… sì, ora che mi ci fai pensare…stamattina non sono riuscita a trovare Neve, l’ho cercata per più di mezz’ora, avevo paura che stesse male o che fosse stata investita da una macchina….”

Stefania manifesta una respirazione fatta quasi in “apnea”, tutta toracica, con un tono di voce flebile e affannato. Provo a creare i presupposti per permetterle di respirare facendo fluire l’aria sotto il diaframma. Noto che per lei era molto faticoso. Era tutta centrata ad “inglobare” aria e “tenerla dentro di sé”.
Durante l’ultimo esercizio di respirazione profonda, chiedo a Stefania il permesso di appoggiare la mia mano sul suo ventre. Le chiedo di provare ad ascoltare la leggera pressione della mia mano sulla pancia durante l’inspirazione e di respingerla durante la espirazione. Dopo tre-quattro volte, noto che l’espirazione comincia a farsi più evidente; Stefania arrossisce, il viso si accalda. Le scoppia una tosse secca e stizzosa per la quale dobbiamo interrompere. A seguito della tosse, Stefania mi comunica che si sente un po’ intontita, disorientata e che questo le fa paura. Le chiedo se le farebbe piacere un mio contatto mano nella mano. Lei annuisce. Dopo qualche minuto Stefania scoppia in un pianto liberatorio, battendo i pugni sul bracciolo della sedia.
Misteriosamente la tosse sparì, anche il dolore alle braccia era sparito. Si sentiva più leggera, sciolta nei movimenti.

Cosa era successo?


Cos’è che non si concede Stefania, cos’è che le impedisce di esprimere la rabbia?
Il bisogno di essere sempre disponibile a soddisfare i bisogni degli altri e quando qualcosa le sfugge emerge in figura l’interruzione del processo di integrazione del Sé; quel frammento che non ha trovato il suo posto.
Il valore di Sé di Stefania era completamente depositato sugli altri. Stefania infatti non si piace, non si ascolta, non si vuole nemmeno vedere allo specchio perché dice, è troppo grassa.
Il mio obiettivo era quello di restituire a Stefania il suo “amor di sé”, reintegrando le parti rimaste sullo sfondo. Questo le avrebbe permesso di agganciare-incollare tutti i frammenti del Sé e di sentire per la prima volta il “pieno” e non il vuoto in sé.
Per fare questo era necessario rimettere in contatto Stefania con sé stessa.


Chiedo a Stefania di scegliere un cuscino fra quelli presenti, quello che più le piace. Sceglie un cuscino voluminoso e soprattutto soffice al tatto, morbido. La invito ad appoggiare il cuscino sulle sue gambe e a mettere le mani in contatto col cuscino. Le chiedo di chiudere gli occhi, di respirare il più profondamente possibile, senza forzature. La invito a mettersi in contatto con ciò che il cuscino le rimanda: sensazioni, ricordi, immagini, pensieri, ecc…
Una volta fatto questo le chiedo come sta e se se la sente di compiere un movimento con il cuscino che per lei sia significativo rispetto al bisogno.
Stefania prende il cuscino con entrambe le mani, lo stringe a sé chiudendo le braccia a livello del petto, lo tocca, quasi a cercare di entrarci dentro. Le chiedo come sta:

Stefania
: “mi sento soffocare…, mi fanno male le braccia”
Le chiedo di allentare la presa e di trovare una distanza tollerabile con il cuscino e di ritrovare il suo respiro.
Dopo qualche minuto Stefania abbraccia il cuscino e inizia a piangere dondolandosi avanti e indietro, quasi a cullarsi….

L’atto d’amore di Stefania
Mi piace pensare che dal trauma si può stare meglio attraverso un atto d’amore ripartivo.
Quando Stefania ha preso il cuscino cullandosi nel pianto, richiamava il suo bisogno di protezione e di consolazione che finalmente Stefania poteva concedersi. Un movimento atto a risvegliare l’apertura e la speranza verso il mondo. Dopo il momento di apertura e consolazione di sé, Stefania afferma di sentirsi molto meglio, il respiro si è fatto più regolare, le braccia non fanno più male.
Noto con piacere che la sua espressione del volto è cambiata. I suoi occhi sono più aperti e in lei si pronuncia un sorriso.

Articolo della dottoressa Emanuela Grazzini, psicoterapeuta del Polo Sanitario Opera Santa Teresa


Data pubblicazione: 27/04/2017

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